DUE PRETI UNA CITTÀ…

9E’ questo il titolo dell’incontro svoltosi martedì 15 dicembre 2015 nella sala consiliare della provincia di Livorno.

I preti in questione : Don Giovanni Battista Quilici e don Roberto Angeli.

Due preti una città, è proprio il titolo del libro ripubblicato a cura della Congregazione delle Figlie del Crocifisso, insieme al Centro Studi Don Angeli e che appunto martedì è stato presentato.

Il libro è una biografia su Don Giovanni Quilici scritta da don Roberto Angeli nel 1936, arricchito da vari contributi che cercano di evidenziare il filo della storia che ha legato la vita di questi due sacerdoti livornesi.

Un filo fatto di una vita sacerdotale vissuta al servizio della Chiesa e della Città: un servizio vissuto nei confronti delle persone più fragili e all’insegna della fede e della speranza. Un filo tutto livornese, o meglio un filo “amaranto” come la bella copertina del libro: il colore della copertina, rende bene la passione del servizio vissuto da questi due preti, innamorati del loro Cristo, il cui volto vedevano sovrapporsi alle storie delle persone più fragili che hanno incontrato nella loro vita.

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Suor Agnese Didu, madre Generale della Congregazione, ha aperto la serata dopo un breve saluto, a nome del Vescovo Monsignor Giusti, da parte di Don Basci: Suor Agnese ha evidenziato come Don Angeli ha scritto questo libro mentre si preparava lui stesso, ad essere ordinato prete. E la vocazione sacerdotale di Don Giovanni, è propria rifiorita a distanza di tanti anni, in Don Roberto.

Suor Agnese in particolare ha evidenziato come entrambi questi due preti Livornesi, si siano fatti interpellare dai fatti e dagli avvenimenti del loro contesto storico dando delle concrete risposte.

Il contesto storico in cui i due preti livornesi hanno operato, è stato un periodo complesso e difficile: questo periodo ci è stato raccontato dalla Professoressa Emanuela Locci intervenuta in sostituzione del Vice Presidente dell’ Istoreco Gianluca della Maggiore, che per un imprevisto non ha potuto prendere parte alla iniziativa. La professoressa Locci ha riportato comunque l’intervento di Della Maggiore, evidenziando i contesti storici difficili che hanno visto protagonisti i due preti livornesi. Sono stati momenti caratterizzati dalla Rivoluzione Francese e dalla seconda Guerra Mondiale. E in questo contesto e stato forte l’impegno sacerdotale di Don Roberto e Don Giovanni che hanno vissuto la loro vocazione fra mille difficoltà e pericoli con un coraggio, una fede e uno spirito di servizio fuori dal comune. Due preti alla riscossa in un momento dove l’anticlericalismo e la “caccia al prete” da parte del nazi fascismo era evidente. Due preti presenti nella storia, direbbe oggi Papa Francesco, con addosso l’odore delle pecore.

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Successivamente sono intervenuti, Suor Raffaella Spiezio presidente della Fondazione Caritas e l’ex presidente della Provincia il professore Claudio Frontera

Suor Raffaella ha evidenziato le difficoltà e le povertà di una città in crisi per mancanza di lavoro e per una grave emergenza abitativa. Suor Raffaella ha posto l’accento sulle forti percentuali di abbandono scolastico dei nostri ragazzi e sulle situazioni difficili di molti detenuti del nostro carcere. Realtà che richiederebbero delle maggiori risposte di accoglienza e solidarietà.

Il Professor Frontera ha invece sottolineato, come Livorno sia caratterizzata da un vivere “incerto” e da una grave precarietà esistenziale che investe giovani e anziani in particolare. Oggi-ha sottolineato il professor Frontera- c’è una maggioranza di persone che si sentono scartate e marginali. Persone che non hanno uno “spazio”, prive di riconoscimento. Tutto questo senso di inutilità, provoca angoscia e disperazione .

Oggi-ha continuato Claudio Frontera- bisogna avere la capacità di “denunciare” un modo di vivere che premia pochi ed esclude molti. E’ importante parlare chiaro, come fecero don Roberto e Don Giovanni a rischio della loro stessa vita.

Suor Raffaella ha ancora sottolineato l’ importanza di guardare tutti nella stessa direzione e di lavorare insieme all’interno della Chiesa e della comunità civile, per prendersi cura e farsi carico delle persone più deboli della nostra città. Occorre –ha sottolineato Suor Raffaella- maturare un atteggiamento di collaborazione e di apertura senza alzare steccati, scommettendo sulla integrazione e sulla inclusione sociale per lavorare insieme alle persone più fragili a costruire nuove progettualità di vita :la stessa attività di Don Angeli e Don Quilici è stata un opera finalizzata a cercare percorsi di vita, dove le persone potessero ritrovare speranza e dignità

Frontera ha sottolineato poi l’importanza del valore della ospitalità: l’ospitalità-ha detto Frontera- è qualcosa che va oltre la stessa accoglienza: E la cosa nuova secondo il professor Frontera, è dare senso alla parola ospitalità facendo spazio nella nostra “casa” a culture ed esperienze diverse dalle nostre. Oggi essere ospitali ci rende credibili ed è importante assumere comportamenti veri autentici e coerenti, perché sono i comportamenti concreti a fare la differenza. Don Angeli e Don Quilici hanno vissuto sulla loro pelle la coerenza di una vita. Oggi il loro esempio può illuminarci, nella misura in cui acquisiamo modelli di vita senza fingere ed essere così coerenti fra il nostro dire ed il nostro fare.

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L’intervento dei nostri ospiti si è chiuso con ultima domanda: quale sogno avete -ha chiesto il moderatore Gianluca Spadoni- ricordando il sogno del Quilici…Suor Raffaella ha risposto che sogna che i poveri che aiutiamo, possano loro stessi, essere dono per gli altri . Mentre Frontera sogna che Livorno si svegli e smetta di sognare uscendo così da una sorta di autoreferanzialismo che non aiuta questa città a crescere.

Dopo questi due autorevoli e preziosi interventi, è toccato alla dottoressa Enrica Talà parlare di Don Angeli: parlare della sua vita, del suo impegno del suo coraggio della sua forza. La Dottoressa Talà ci ha consegnato una serie di dati, che ci hanno dato l’dea di un impegno ecclesiale e civile di Don Angeli veramente notevole . Enrica ci ha invitato a leggere questo libro per tanti motivi, ma soprattutto per uno in particolare. Bisogna leggere questo libro, per farci sorprendere da un Dio così innamorato dell’uomo, dall’ averci donato due preti così incredibilmente umani e così incredibilmente santi allo stesso tempo.

La serata si è conclusa con l’intervento di Don Raffaello che ha evidenziato come nel corso della serata si sia celebrato un vero “memoriale”, che ci ha permesso di andare oltre diverse soglie….

La soglia del tempo passato di questi due amici preti,-che ha sottolineato Don Raffaello- è tornato ad essere vivo e presente

Le soglie del carcere e dei campi di concentramento, luoghi che i nostri due preti hanno varcato restituendo speranza, a chi   si sentiva irrimediabilmente perduto.

La soglia dell’amicizia con Don Giovanni e Don Roberto che hanno saputo condividere con tanti amici il loro impegno, mai sentendosi dei battitori liberi.

La soglia di chi come Don Giovanni ha valorizzato fino in fondo la figura della donna restituendogli grande dignità-

La soglia dell’orgoglio e di chi preferisce evitare gloria ed onore per rimanere accanto al suo popolo.

Ed ha concluso Don Raffaello, non ci rimane che svegliarsi per sognare.

Don Raffaello ci ha poi consegnato il suo sogno! Il sogno di una Chiesa ,libera e liberante, autentica capace di non rimandare nessuno indietro, capace di sporcarsi le mani. Una chiesa dove ci sia amicizia fra i preti e comunione fra i preti, i laici e il popolo di Dio. Una Chiesa capace di dare voce a chi non ha voce e capace, di non essere preoccupata troppo di discutere sulle collocazioni spaziali dei crocifissi e dei presepi ,ma impegnata come Don Giovanni e Don Roberto, a togliere i crocifissi dalle strade di questa città.

Così fra la commozione e la soddisfazione generale, in un clima non formale ma molto familiare, si è conclusa la serata.

Una serata dove filo della storia è stato riannodato. Il moderatore Gianluca Spadoni, nel saluto finale, ha sottolineato come ora stia a noi in questo nostro tempo, rimmergerci nella nostra città e cercare di cogliere nei volti che incontriamo, lo sguardo dei nostri fratelli, che oltre a chiederci un po’ di pane , ci chiedono spesso di aiutarli a restituire loro una dignità e un motivo per ridare senso alla propria vita.

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