Don Giovanni Battista Quilici… in zona rossa

Ripercorrere la storia fa sempre bene… in essa troviamo insegnamenti e semi di luce che possono indicare la strada.

Ripercorrere la storia in momenti di criticità e di sconforto, come quelli che ci troviamo a vivere, diventa necessario, affinché essa possa diventare maestra di vita, attraverso le persone che l’hanno attraversata, costruita, vissuta…

E questa davvero sembra storia dei nostri giorni!

I primi di agosto del 1835, in una Livorno in fase di espansione e di ripresa economica e sociale, scoppia una grave epidemia di “Colera morbus”, arrivata, sembra, in una notte, con un veliero proveniente da Marsiglia. L’epidemia trova tutti impreparati: il governo, le autorità mediche, il clero, la popolazione; in brevissimo tempo semina morte e desolazione contagiando persone di ogni età e di ogni classe sociale… la situazione sembra fuori controllo.

Non c’è niente di pronto per affrontare questa grave e imprevista emergenza sanitaria.

Nelle vicinanze del porto c’è un grande complesso edilizio disabitato, appena terminato: si tratta dell’Istituto s. Maria Maddalena, costruito dal sacerdote don Giovanni Battista Quilici perché delle donne consacrate a Dio possano accogliervi le giovani “penitenti” e le bambine povere o sole, in pericolo sociale; c’è anche l’adiacente chiesa dedicata ai “SS Pietro e Paolo”, non ancora aperta al culto.

C’è bisogno di un ospedale dedicato ai malati di colera e questo complesso, arioso e non ancora arredato, sembra rispondere all’esigenza meglio degli antichi lazzeretti.

Il 20 agosto le autorità fanno la richiesta a don Giovanni: egli immediatamente mette a disposizione non solo l’istituto e la parrocchia, di cui è appena stato nominato rettore, ma con grande generosità mette a disposizione se stesso:

“Collaborerò volentieri alle sue decisioni, che sono tutte finalizzate a cercare il maggior bene di questa popolazione, che anch’io amo teneramente e a cui desidero essere utile in ogni circostanza.

La prego di tenere presente e di comunicare anche al Governo, la mia disponibilità in questa emergenza: possono contare sulla mia povera persona in qualunque momento.

Sono pronto ad eseguire qualsiasi incombenza volessero affidarmi in questa grave epidemia, perché ho già fatto a Dio una generosa offerta di tutto me stesso, per il bene dei miei amatissimi concittadini”.

Il 26 agosto l’Istituto e la chiesa sono pronti e in poche ore sono stracolmi di ammalati di tutte le età: il contagio si diffonde a macchia d’olio ed è in continuo aumento…

Don Giovanni è li, giorno e notte, a curare gli ammalati, a lavarli, a confortarli, a dare loro speranza e consolazione, a portare la carezza di Dio ai moribondi, attraverso la sua tenerezza e la sua vicinanza. Don Angeli nella sua biografia scrive:

Esercitò l’ufficio forse più caro per un sacerdote: quello del consolatore. Vegliò al letto dei moribondi, disse la divina parola di fede alle povere famiglie decimate, rispose lui in nome di Dio ai tanti figliuoli che invano avrebbero ancora chiamato su questa terra il babbo e la mamma.”

Con l’andare dei giorni don Giovanni, stremato, prende il contagio e si ammala gravemente. Anche la sua unica sorella, Rosa, si ammala e muore. Tutti temono per la sua vita ma lui, sostenuto dalla fede e dalla preghiera, vive con serenità anche questa prova, accanto agli altri ammalati. Dopo giorni di dolorosa malattia le sue condizioni migliorano e, ancora convalescente, ritorna sulla breccia accanto ai malati e a chi li cura.

Finalmente, verso il mese di ottobre del 1835, l’epidemia rallenta e finisce lasciando Livorno nella più grande desolazione. Il cuore di padre di don Giovanni comincia a preoccuparsi della successiva emergenza, che considera più grave ancora del Colera: i bambini e le bambine orfane che si aggirano per la città senza pane e senza amore… Si dichiara loro “padre protettore” e chiede al governo di poterli accogliere, iniziando dalle bambine, la cui casa è già pronta. Purtroppo tanti problemi si frappongono prima della restituzione! Ma questa è la storia che viene dopo…

Riceverà anche la “medaglia d’oro di prima classe” dal Granduca, in riconoscimento per la sua grande dedizione verso gli ammalati durante l’epidemia… Ma anche questa è storia di dopo…

Cosa può dire a noi oggi, nella situazione in cui ci troviamo, la testimonianza di don Giovanni Battista Quilici?

Sicuramente, con il suo cuore sacerdotale, fin dall’inizio dell’epidemia avrà affidato tutti al Signore nella sua preghiera notturna, davanti a Gesù crocifisso, riconoscendo nel Suo volto quello degli ammalati e dei moribondi. Nella notte, nella chiesa di s. Sebastiano dove ancora abitava, affidava a Maria ogni persona che incontrava, soprattutto gli orfani, le vedove, i più “toccati” dall’epidemia e dal dolore. E di giorno la sua presenza di padre era accanto a chi soffriva e ai più bisognosi. Per questo, nel momento in cui gli viene chiesto l’Istituto, è già pronto a donare tutto se stesso, con la più grande dedizione, come Gesù. La sua vita era già donata!

Anche noi possiamo donare la nostra, anche se in forme diverse. La prima cosa che tutti possiamo fare è portare nella preghiera il dolore di chi soffre, di chi è ammalato, di chi perde i propri cari… Possiamo portare nella preghiera la fatica e l’impegno dei medici e degli infermieri in prima linea e di tutti coloro che ancora oggi donano la vita per prendersi cura della vita degli altri, rischiando il contagio… Portare nella preghiera la fatica e l’impegno dei sacerdoti, che cercano di donare la Parola e la consolazione di Dio nelle diverse situazioni, talvolta rischiando la vita, con forme inusuali… e a volte con la fatica di non poter essere presenti, vicini, accanto alle persone che soffrono.

Non siamo tutti chiamati a stare accanto agli ammalati, “in zona rossa” come don Giovanni, in questa epidemia, anzi, siamo invitati a stare lontani e a fare di tutto per evitare il contagio, come un servizio alla vita dei più fragili, oltre alla nostra, ma nessuno ci impedisce di amare, di pregare, di essere vicini e solidali con chi soffre, di restare informati e vicini anche a chi è geograficamente lontano, di sviluppare il senso della solidarietà e del dono di noi stessi in tanti piccoli gesti e azioni quotidiane a favore degli altri, vicini e lontani.

L’epidemia ci sta insegnando a riconoscere ciò che è accessorio da ciò che è essenziale, ad acquisire un’altra dimensione del tempo, a rivedere le nostre relazioni e anche la nostra spiritualità… Ci sta dimostrando che, ci piaccia o no, siamo tutti “sulla stessa barca”, tutti sotto lo stesso cielo e sulla stessa terra, membri della stessa umanità e figli dello stesso Padre…

Don Giovanni lo sapeva e lo viveva, per questo aveva fatto della sua vita un dono per tutti… Anche noi possiamo fare della nostra vita un dono, nel qui ed ora a cui la vita ci chiama.

Sr Agnese Didu

20 marzo 2020

Pubblicato su “La settimana tutti i giorni” di Livorno

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