AMORE: Questa è la parola chiave delle settimane bellissime che ho vissuto in Perù

di Federico Bonatti

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Amore.

Questa è stata la parola chiave delle settimane bellissime che ho vissuto in Perù, ospite delle Figlie del Crocifisso, e della loro fantastica comunità. Una comunità fatta di Madri, naturalmente. Ma fatta anche di madri – con la “M” minuscola, stavolta – di insegnanti , di educatrici, di sacerdoti e di tantissime persone più o meno giovani, che aiutano, danno una mano, o anche solo osservano da fuori, e – osservando – crescono, imparano e magari prendono anche esempio. E poi – naturalmente – fatta di tantissimi bambini e bambine.

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Justina e il comedor di Villa de Ancón

Vi ho già raccontato, in un precedente articolo, come tutto è cominciato: a Roma, in un bellissimo weekend di primavera, un weekend fatto di conoscenza, di riflessioni e di racconti. Andiamo quindi al Perù. La mia scoperta del mondo della Madri ha avuto inizio col comedor – il refettorio – di Villa de Ancón. E proprio di questo vi racconterò oggi. Ancón era in origine una minuscola località balneare situata 40 km a nord di Lima: un po’ di ville, condomini e qualche hotel, attorno ai quali in pochissimi anni è cresciuto un immenso quartiere di case “informali”. Sono partito per Ancón dalla casa delle madri nel centro di Lima, e la prima sorpresa è stata il viaggio. Arrivare ad Ancón significa dover cambiare quattro diversi mezzi, tra autobus e passaggi in auto, addentrandosi in zone via, via sempre più caotiche e degradate. Prima il distretto di San Miguel, le palazzine ben tenute, i giardinetti curati e i centri commerciali scintillanti. Poi il trafficatissimo stradone che attraversa la Perla e Bellavista, e porta infine al Callao, con l’aeroporto, il caos delle fabbriche e il degrado del porto industriale. E poi Ventanilla, con le traverse sterrate e affollatissime, e le prime distese di case in lamiera su terra battura. E infine Ancón, per l’appunto. Da un lato la marina, un piccolo e decadente distretto turistico per i ricchi peruviani bisognosi di mare e tranquillità. Dall’altro, le colline brulle di sabbia marrone su cui si aggrappano piccole catapecchie a perdita d’occhio. Ma davvero, a perdita d’occhio. Ovunque si volti lo sguardo, si vedono solo colline brulle, e catapecchie. Niente strade asfaltate, niente costruzioni vere e proprie, niente giardinetti e parchi, figuriamoci. Quello che colpisce non sono tanto la povertà e la miseria, tipica di tutte le bidonville che ho visto in vita mia. Colpiscono il silenzio, la tranquillità; il senso di desolazione.

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Sebbene le catapecchie siano un mix di mattoni scoperti, lamiera e compensato, il quartiere non è cresciuto spontaneamente e le case non sono l’una sull’altra, anzi. I lotti sono ben definiti, e gli spazi di vita non sono ridotti al minimo, tutt’altro. Sebbene non ci siano strade, se ne intuiscono chiaramente gli spazi, appositamente lasciati liberi: sono strisce di terra battuta ampie e regolari, dalle quali – in attesa che il Governo trovi il tempo e le risorse per trasformarle in strade vere e proprie – si sollevano in continuazione dense nuvole di polvere rossa, sollevate dalle autobotti, dalle auto sgangherate, o anche solo dal vento. Di gente se ne vede poca. Al sovraffollamento caotico delle solite bidonville si sostituisce quindi un enorme senso di vuoto, di desolazione, di essere fuori dal mondo, o – quantomeno – di esserne esclusi. Si capisce che lo Stato c’è – e infatti tutto è pianificato – ma se ne vede solo l’ombra. Il problema è che le persone nel frattempo qui ci vivono. E li manca tutto. Manca l’acqua potabile (ecco il perché di tutte queste autobotti), mancano i servizi più essenziali, e manca soprattutto il lavoro. Per arrivare qui dal centro di Lima ci abbiamo impiegato 2 ore, quasi 8 Euro di spesa. E cosi’ si devono muovere gli abitanti di Ancón. Significa, semplicemente, che non possono farlo, non ogni giorno. E significa quindi che i lavori umili, ma per lo meno pagati dignitosamente, che sono disponibili nelle zone un po’ più ricche della città, a chi vive qui ad Ancón sono semplicemente preclusi. Perché andare a lavoro richiederebbe ore, e finirebbe per costare ben di più del guadagno. E così questa Ancón diventa una gabbia, dove l’unico oro che si vede sono i riflessi della polvere che vola tra le case.

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E però i miracoli sono possibili, anche qui ad Ancón. E ce ne sono. Come il comedor – la mensa, letteralmente – che le madri hanno costruito su una di queste colline fatte di terra e catapecchie, una delle ultime, dove la bidonville sta per togliere spazio alla terra ancora brulla e deserta. Ci arrivo all’ora di pranzo, proprio nel momento clou. I bambini, tornati affamati da scuola, stanno finendo di mangiare. Gli anziani invece stanno per mangiare. E subito mi appare evidente che questo posto è molto più che una mensa. I bambini corrono a salutare Justina, la gentilissima ragazza che mi accompagna – anche lei, come me, tra i 20 e i 30 anni.

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Justina è cresciuta a Chuquibambilla, nella casa per bambini in difficoltà familiari gestita dalle Figlie del Crocifisso, di cui vi racconterò presto. E arrivata a Lima giovanissima, appena 20 anni, e subito si è messa al lavoro come ragazza alla pari, vivendo 24 ore al giorno nelle case dei ricchi, dalla parte opposta di lima: Miraflores, San Isidro, i quartieri dove vivono i peruviani che contano, costellati da parchi, grandi hotel, e pattuglie della Polizia. Si guadagna bene, in quelle case. Le più brave, tra le ragazze, arrivano a prendere anche più di quanto una ragazza alla pari guadagna qui in Italia. Però, certo, viver lì significa rinunciare alla propria vita: non avere una casa propria, dover limitare al massimo le proprie relazioni personali, vivere con degli estranei… E così un paio d’anni fa Justina ha scelto di cambiar vita: si è ritrovata con alcune amiche, cresciute anche loro con le Madri di Chuquibambilla, e anche loro trasferitesi a Lima. Quel tipo di amicizie, insomma, destinate a durare per sempre. Hanno riunito tutti i propri risparmi, hanno chiesto un aiutino aggiuntivo alle Madri, e sono infine riuscite a comprarsi un lotto di terreno lì ad Ancón. 300mq, in cui hanno cominciato a costruire ciascuna, la propria casa. Le ho viste, quelle case. Per ora sono ancora una stanza con bagno, mattoni in vista e serbatoio d’acqua sul tetto. Ma Justina si è illuminata, quando me le ha mostrate. Ho fatto un po’ fatica a capire questa luce. Ma non era meglio -pensavo – restare a vivere nei quartieri belli, nelle case dei ricchi, con uno stipendio che è un multiplo di quello che Justina riceve ora, lavorando come maestra in un asilo di Ancón? Ma poi, parlando con loro, e riflettendoci con le Madri, nei giorni successivi, ho capito. Intanto, quel fazzoletto di terra – ora che non è più in mezzo al nulla, ma è circondato da altre casette improvvisate – ha già moltiplicato il suo valore. E poi, per la prima volta in tutta la sua vita, Justina possiede qualcosa di suo, veramente suo. Ha anche lei un posto che può chiamare Casa. E può finalmente pensare di cominciare a farsi una sua vita. Sono cose che non hanno prezzo.

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Ma toniamo al nostro comedor, alla mensa per i bambini e gli anziani che vivono in quella collina, una delle tante ad Ancón. Come vi dicevo, all’arrivo i bambini sono corsi a salutare Justina. E poi eccoli da me: chi allegro e sorridente, chi più intimidito. Mi hanno già circondato, ed è bellissimo. Come tutti i bambini, sono felici di vedere qualcuno di nuovo. Giochiamo un po’, e poi è ora di mangiare, anche per noi adulti. Ci sono le cuoche e le educatrici, al tavolo con noi. Sono tutte donne. Eh si, perché questa è proprio una comunita’ di donne. Un pezzetto di Chuquibambilla, trapiantato a Lima. Mi raccontano di come l’hanno costruito loro, questo spazio. Certo, c’ è stato l’aiuto delle Madri. Pero’ tutto è partito da loro. Dalla voglia di ricrearsi una comunità, anche in un posto così estraniante, nonché’ lontano dalle proprie zone d’origine. Dalla necessità di mettere il cibo in comune, al fine di minimizzare gli sprechi e cercare di garantirne a ciascuno un poco, soprattutto ai bambini. E poi dalla necessità di mettere in comune le forze, per non lasciare i propri figli da soli per tutto il pomeriggio. E ancora, dai bisogni degli anziani. E sì, perché ci sono anche tanti anziani qui. Un po’ emaciati, sdentati, ma gentilissimi e sorridenti. È evidente come per loro il comedor sia molto più di un luogo dove ricevere un pasto completo, senza pesare sulle proprie famiglie, assenti tutto il giorno per lavoro. Certo, c’ è anche questo aspetto, visto che molte persone qui vivono davvero sul filo della sopravvivenza. Ma c’è anche il bisogno di avere un luogo di socialità, uno dei pochissimi, qua ad Ancón. Quasi tutte le persone che vivono qui sono nuove a Lima, parte di un esodo gigantesco che ogni anno porta in città centinaia di migliaia di nuovi abitanti, lasciando sempre più vuoti i villaggi e le cittadine di tutto il resto del paese. Immaginatevi quanto l’arrivo ad Ancón possa essere drammatico, per una persona di 50 o 60 anni, abituata a vivere in un piccolo villaggio sui monti, oppure ancora immerso nell’Amazzonia. Ecco. Per una persona con questa storia, un ambiente bello e familiare come il comedor, dove potersi fare degli amici e ricevere un bel pasto caldo, rappresenta il tesoro più prezioso, un’occasione di felicità. E lo si vede nei loro sorrisi. Ma torniamo alle donne.

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Come dicevo, è partito tutto da una communita’ di donne, e sono loro a reggere e portare avanti tutto questo. Mangiamo insieme, e mi raccontano di loro, e dei loro bambini. Il pasto è semplice, ma buono, buonissimo. Alcuni bambini vanno a dormire. Altri seguono una lezione, una normalissima lezione d’asilo. Altri ancora vanno fuori a giocare, in mezzo alla strada impolverata. E io con loro. È incredibile quanto sia ampia la fantasia di un bambino. E così un sasso diventa un camion, un altro ancora una macchina, e i sassolini più piccoli sono il carico di cibo. E poi c’ è il ristorante, con una cartaccia che fa da piatto, e di nuovo sassi e pietruzze come pietanze. Sembrano felici, questi bambini, nonostante tutto. In cambio di un contributo simbolico di un Sol al giorno (circa 30 centesimi di Euro – cui i più poveri sono esentati) il comedor garantisce loro un pasto completo, una merenda di metà pomeriggio e uno spuntino da portare a scuola il giorno seguente. E soprattutto, garantisce un ambiente sereno e protetto in cui trascorrere il pomeriggio, e la possibilità di integrare le lezioni di scuola con un po’ di studio assistito pomeridiano. Come sarebbe la loro vita, senza questo posto? È con questo pensiero che lascio Ancón. Si sta facendo tardi e Justina, che mi accompagnerà indietro fino a San Miguel, dovrà poi avere il tempo di tornare a casa, prima che la notte renda il percorso troppo pericoloso.

Il comedor è un posto semplice. Un edificio come tutti gli altri, qui attorno. Fatto di mattoni a vista e lamiera. Non è costato milioni. Eppure, ne son convinto, si tratta di un tesoro enorme per questa comunità. Ed è bellissimo vedere come tutto sia nato dalla forza di volontà e dall’amore di un pugno di donne. Amore per il prossimo, amore per i bambini.

Ma, prima ancora, amore per se stesse, e amore per il proprio futuro. Buona fortuna, Ancón.

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