Contemplativo, sognatore e costruttore di ponti…

Martedì 13 marzo, nel quinto anniversario dell’elezione di Papa Francesco, don Armando Zappolini è intervenuto presso l’Istituto Santa Maria Maddalena, all’interno del percorso “Diamo ali alle strade”, progetto nato per fare memoria della figura del prete livornese, Don Giovanni Battista Quilici ed ha presentato il suo libro “Una vita secondo Francesco”.

Don Zappolini, come ha fatto notare Antonello Riccelli, che ha condotto la serata, ricorda la figura del Quilici, proprio per la sua vita di sacerdote e di parroco spesa completamente al servizio della chiesa e del suo popolo.

Essere prete

Don Armando, intervistato da Antonello Riccelli, ha raccontato la sua vocazione di sacerdote: già all’età di tredici anni, alla fine della terza media, era entrato in seminario. Una vocazione, la sua, che nel tempo è cresciuta e lo ha fatto sempre più innamorare di Dio, della chiesa, delle persone che incontrava. Una vocazione che lo ha portato ad uscire fuori dalle sacrestie, dai recinti sacri del seminario e della parrocchia. Una vocazione che lo ha portato sempre a stare in mezzo alla sua gente e al suo popolo e che lo ha visto presente come parroco intento ad organizzare liturgie, catechesi, manifestazioni per suo il paese e, nello stesso tempo, accanto ai ragazzi della comunità di recupero di Usigliano di Lari, in India, fra le strade di Calcutta. La stessa vocazione sacerdotale lo ha portato a Genova durante i tristi fatti del G8 e in Calabria per lottare con le persone di Isola Capo Rizzuto contro la ’ndrangheta mentre oggi lo vede in prima fila per combattere le logiche del gioco di azzardo e sostenere le fragilità di chi è vittima di questa brutta dipendenza.

Una vocazione a 360 gradi che come lui dice è “bella da vivere, io sono contento della mia vita”.

La Chiesa

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Una vocazione vissuta non in maniera isolata, ma sempre secondo dinamiche di condivisione. Don Armando ha sottolineato il suo profondo legame con la comunità parrocchiale che per lui è casa e famiglia: una comunità a cui tornare per poi ripartire. La fede non può essere vissuta in maniera solitaria e individualista. Occorre creare relazioni con le persone e fra le persone. La solitudine -ha sottolineato don Armando- è la più grossa malattia di questo mondo: la solitudine fa male ai preti e a tutti noi. I nostri stessi preti devono cercare di stare in mezzo alla gente, le nostre stesse parrocchie devono essere spazi e luoghi dove si respira aria buona. Occorre nella nostra chiesa ripartire dalle relazioni di ascolto e di vicinanza, è necessario alimentare dinamiche di fraternità.

La stessa chiesa deve alimentare un modo nuovo di vivere il vangelo: deve recuperare la sua vocazione che è quella di stare in mezzo alla gente e, secondo le strade che Papa Francesco ha indicato, deve recuperare il volto dei poveri e dei sofferenti.

La sofferenza

La sofferenza è stato un altro aspetto che don Armando ha affrontato. “Stando nella sofferenza sono diventato un sognatore con i piedi nel fango”, don Armando, come don Giovanni Quilici, ha sognato e sogna una chiesa ed una umanità diverse. Don Armando ha imparato a guardare il mondo dal di sotto cioè dalla parte di chi soffre, di chi è solo, disperato, di chi non ha un lavoro, una casa, di chi non ha da pagarsi la bolletta della luce… dalla parte di quei ragazzi della sua comunità così soli e così fragili da cercare nella droga il rimedio alle proprie ferite. Dalla parte dei lebbrosi che ha incontrati in India, dalla parte dei bambini indiani che nonostante tutta la loro miseria, non si stancano di far volare i propri aquiloni fra le strade di Calcutta. Non basta fare del bene, non sono sufficienti le opere di carità se poi non guardiamo il mondo con lo sguardo di chi è sotto. Occorre cambiare prospettiva e vedere il modo dalla parte di chi è più fragile.

La Politica

Ed allora la stessa politica, come diceva Paolo VI, diventa veramente la più grande forma di carità. In tal senso non possiamo non assumerci la responsabilità di denunciare tutte quelle forme di potere e quelle dinamiche disumane che minano i diritti fondamentali di ogni uomo.  Lo stesso impegno di don Armando come Responsabile del Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza, è quello dare voce ai poveri e di chi, oggi, è calpestato nei propri diritti.

L’impegno politico deve cercare di ripristinare condizioni di uguaglianza e giustizia: la stessa povertà non deve essere vista come qualcosa di ineluttabile: la povertà esiste perché qualcuno mangia troppo e qualcuno non mangia, la povertà è data dallo squilibrio di risorse che dovrebbero essere patrimonio di tutti.

Costruttore di ponti

Sono tante le associazioni che don Armando ha creato, sono tante le reti che ha costruito sul suo territorio e oltre. Grazie ad uno di questi “ponti”, don Armando ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta e ha portato questa Santa proprio nella sua parrocchia di Perignano. Don Armando definisce questo incontro come uno dei momenti più importanti della sua vita, dopo la sua ordinazione sacerdotale.  “Madre Teresa e l’India sono nel mio cuore…l’India è il cuore del mio cuore”. I ponti, dice don Armando, sono importanti, servono ad abbattere i muri, servono ad aprire nuovi passaggi e a creare nuove strade per toccare il cuore delle persone ed alimentare dinamiche di giustizia e di diritti per tutti.

Martedì sera, don Armando Zappolini ha veramente toccato con le sue vibranti parole il cuore di tutti coloro che sono venuti ad ascoltarlo. Un pubblico attento, emozionato che ha spesso interrotto don Armando con ripetuti applausi, tesi a sottolineare la bontà delle parole dette dal sacerdote toscano.

L’incontro si è concluso con un grande grazie a don Armando e con la lettura di alcune parole della prefazione al libro scritte da don Luigi Ciotti: “Vita con i poveri, impegno sociale e politico, unità di terra e cielo…Queste schematizzando le tre fasi della ricca e generosa storia di don Armando…  In nome di un impegno che ci chiama in causa tutti ma che un credente deve sentire in maniera particolare se è vero come ci ricorda Papa Francesco chela religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo” e che” una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo”.

Di Paolo Tiso

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